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La convinzione che il celebre “CLOUD” sia una sorta di raccoglitore di dati informatici piazzato nell’atmosfera terrestre è dovuta alla traduzione della parola dall’inglese (nuvola), ma soprattutto alla superficiale conoscenza della materia da parte della maggior parte degli utenti.
 
L’ignoranza ci sta, chi utilizza la tecnologia non deve necessariamente essere edotto su tutti i dettagli dei suoi funzionamenti, ma un minimo di raziocinio in qualsiasi campo della modernità dovrebbe essere imprescindibile.
 
Come si può pensare che i nostri dati, le nostre foto, le nostre storie fluttuino nell’etere sotto la materna sorveglianza dei brand del web che ne dichiarano il pieno controllo?
 
Eppure la conoscenza popolare del cloud è proprio questa.
In realtà, ma nel nostro blog l’abbiamo spiegato più volte nel tempo, si tratta di archivi informatici gestiti da enormi SERVER (particolari computer che forniscono servizi tramite la rete internet) piazzati fisicamente in grandi locali che spesso non si trovano neanche all’interno dei paesi dove risiedono gli utenti che se ne avvalgono.
 
Quindi è profondamente errato il concetto che “salvare nel cloud” possa costituire sicurezza assoluta nella gestione dei nostri dati informatici che restano sempre soggetti, IN OGNI CASO, a possibili attacchi hacker o a imprevedibili eventi che possono ledere la stabilità fisica di questi server.
MCC (Marco Camisani Calzolari)  racconta come sono avvenuti recentemente certi crash nei cloud di alcuni grandi brand della rete (es.: Amazon), a causa degli effetti della guerra in Medio Oriente.
 
 
 
Salviamo dunque nei cloud, ma non fidiamoci ciecamente della sicurezza di quello che stiamo salvando. Tutto nella sfera dell’informatica è sicuro “fino a un certo punto“, come dice Tajani a proposito di diritto internazionale.

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