Eutanasia dei ricordi

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La storia dell’umanità esiste solo grazie alla memoria e al ricordo, tutto ciò che è stato fatto dall’uomo nel corso del tempo è giunto fino ai nostri giorni per l’innato desiderio umano di lasciare TRACCE della propria esistenza sulla Terra da destinare alle generazioni future, magari non solo per presunzione o vanagloria, ma soprattutto per far comprendere a chi dopo metterà piede su questo pianeta che il ricordo di quanto prodotto in passato dagli esseri viventi costituisce l’impianto radicale del nuovo albero della vita che verrà.

Queste tracce sono costituite dalle imprese, dalle scoperte, dai manufatti realizzati, dalle opere d’arte prodotte, dal pensiero esternato, dai libri ecc. ecc. Tutto ciò che è stato creato nel corso della storia dal nostro ingegno fa parte FONDAMENTALE dell’evoluzione dell’essere umano su questo pianeta; ecco il vero significato dell’immortalità.

Le civiltà del passato sono giunte fino a noi proprio grazie a queste tracce; tutti noi restiamo a bocca aperta ammirando anche le più semplici manifestazioni di artigianato dei Fenici, degli Etruschi, dei Greci, dei Maya e così via dicendo. Andiamo in visibilio guardando le opere dei grandi artisti del passato tramandateci dal tempo e dalla cura manifestata per loro da un’infinità di esperti, di operatori culturali, di amanti dell’arte, di sinceri ammiratori della creatività umana presenti in tutte le parti del mondo. Ma sono tracce fisiche, materiali, prove tangibili e concrete … di certo non tracce digitali.

Ma oggi, purtroppo, avviene l’esatto contrario. Tendiamo ormai a seppellire tutto, a distruggere il ricordo di quanto stiamo facendo nel presente perché NON CREDIAMO PIÙ NEL FUTURO. D’altra parte per l’arte e l’ingegno che futuro potrà esserci in un’era DIGITALE che riesce a conservare solo in CODICE BINARIO? Non lasceremo più MANUFATTI ma asettici FILE, non tramanderemo CULTURA bensì riepiloghi prodotti dall’intelligenza artificiale. E la cosa più assurda sta nel fatto che, contrariamente a quanto avveniva nel passato, oggi la produzione dell’ingegno umano è cresciuta vertiginosamente, anche se a scapito della qualità che ormai risulta impossibile da mantenere sotto una gigantesca valanga di proposte letterarie, di video e testi postati sui social, di immagini artistiche elaborate dai computer, di produzioni pittoriche, grafiche e di espressioni artistiche nelle più svariate formulazioni. Parliamo di miliardi di produzioni umane in un’infinità di contesti e di modalità operative che finiscono per vanificare qualsiasi tentativo di metterne in risalto le migliori realizzazioni; tutto affonda in un oceano di melma mediatica e virtuale dove perfino le perle diventano massa informe da accantonare nell’abisso dell’umana memoria.

Una produzione di massa, favorita dalla tecnologia e dal più spietato consumismo che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto e che sparirà quasi interamente nel nulla cosmico, implodendo nel buco nero dell’oblio. Oggi stiamo “lavorando” con questo obiettivo, basti pensare alla FUTILITÀ delle pubblicazioni sui social, ai reel che spariscono dopo poche ore, all’impossibilità di tramandare alcunché alle generazioni future se non in quel maledetto formato digitale facilmente corruttibile, alterabile ed esclusivamente fruibile solo visivamente utilizzando una tecnologia che, tra l’altro, potrebbe volatilizzarsi in un battito di ciglia insieme a tutti i suoi archivi irreali ed effimeri.

Questa mia riflessione mi frulla in mente già da alcuni anni, da quando ho visto disperdere il patrimonio artistico di un mio amico pittore subito dopo la sua morte. Il disinteresse delle masse popolari sopravvenuto negli ultimi anni per la pittura contemporanea, soprattutto nel Sud d’Italia, che ha causato una forte diminuzione degli acquisti di opere d’arte, ha generato perfino un evidente fastidio, fra gli eredi dei defunti autori, nel mantenere le opere dei loro cari senza poterne ricavare un beneficio economico. Conservare tutta quella roba, diventata inutile, dev’essere sembrata, a chi se n’è ritrovato improvvisamente in possesso, più una disgrazia che un effettivo dono. Così la moglie del mio amico ha deciso di donare tutti i quadri invenduti del marito morto, praticamente a chiunque, pur di potersi liberare di quelle fastidiose e ingombranti tele che le avevano riempito la casa. Così pure un’altra tizia ha postato su Facebook un annuncio nel quale si chiedono consigli su come smontare un plastico ferroviario (n.d.a.: a dir poco straordinario – vedere foto qui di seguito) montato dal padre nella sua soffitta di casa e sul quale aveva lavorato per decine d’anni. 

Certo forse sono un irriducibile idealista non a passo con i tempi, forse sono un vecchio nostalgico ancora legato a certi valori del passato praticamente scomparsi in quest’epoca … e lasciatemelo dire! … di merda, forse non voglio accettare il cambiamento “epocale”, come lo chiamano gli esaltati patiti della tecnologia invasiva e totalmente senza controllo, giudicatemi pure liberamente (tanto non me ne frega niente), ma per me questa forma di eutanasia dei ricordi, per quanto giustificata dai tempi infami che stiamo vivendo, resta comunque uno degli scempi peggiori perpetrati ai danni della creatività umana, e non meravigliamoci di quelli compiuti dall’isis e genericamente dai terroristi contemporanei, da qualunque fazione essi provengano, si tratta della stessa spietata e ottusa dissipazione di un PATRIMONIO DELL’UMANITÀ.

 

plastico ferroviario – versione diurna

 

plastico ferroviario – versione notturna

 

 

 

 

 

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