I cyberfanatici prede facili dei cybercriminali

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Chiamatemi pure vecchio retrogrado, ma vorrei dare un consiglio a chi si fida ciecamente della tecnologia digitale e riversa tutti i propri dati sui famosi “CLOUD“:
  • Il cloud non è una nuvola che sta in cielo, come pensa ignorantemente molta gente, si tratta invece di server che stazionano dentro capannoni terrestri; in pratica sono computer che archiviano tutto quello che decidiamo di “salvare” al di fuori delle nostre memorie digitali (hard disk, pen drive, ecc.).
  • I dati che stocchiamo nei cloud non sono assolutamente al sicuro come fanno capire le grandi piattaforme che li gestiscono, e i recenti casi di violazione dei server lo dimostrano ampiamente.
  • Foto, video, dati personali, informazioni bancarie (password, estratti conto, chiavi di accesso ai conti correnti, estremi delle carte di credito ecc. ecc.) non sono in alcun modo una garanzia assoluta di sicurezza e in svariate circostanze sono stati già preda degli hacker.
  • Non dovete ritenere, neanche lontanamente, che la tecnologia digitale possa garantire in modo assoluto i vostri segreti, e i vostri dati sensibili. Nulla è sotto completo controllo se è di natura digitale.
  • Fidatevi maggiormente di carta, penna, fogli di carta o supporti analogici. Un documento cartaceo o una foto possono essere più facilmente occultati nella propria casa, mentre quelli conferiti in formato digitale nei server sono sempre esposti agli attacchi informatici dei truffatori e dei cyberterroristi.
Ho più volte segnalato nel tempo il fenomeno dei furti di dati sensibili su questo blog, ma di recente è avvenuto un evento che risulta particolarmente emblematico sull’argomento: un drone iraniano ha cancellato per sempre i dati dei clienti di Amazon. Ecco qui di seguito l’articolo di Marco Camisani Calzolari su questo caso:
 
“Amazon ha scritto ai suoi clienti che i loro dati non si recuperano più.
Il 15 settembre l’ha messo nero su bianco. L’accesso ai dati ospitati su alcuni suoi data center non si ripristina. Quei data center stanno negli Emirati e in Bahrain, e li hanno colpiti i droni iraniani.
Su quei server c’erano aziende vere. Archivi dei clienti, anni di fatture. Adesso non ci sono più.
Quando mettiamo i nostri dati su un cloud, ci garantiscono che stanno in capannoni diversi, in zone separate. Una salta, le altre reggono. È un sistema pensato per gli incendi e per i blackout. I droni hanno colpito più zone insieme. Amazon lo scrive così. Il danno ha superato quello per cui i nostri servizi sono progettati.
Vanno avanti da marzo. I primi attacchi hanno fatto danni strutturali e tolto la corrente. Poi gli impianti antincendio hanno allagato il resto. Ad aprile sono tornati sul Bahrain. Ogni volta Amazon ha chiesto ai clienti di spostare i dati in un’altra regione. E di usare le copie tenute fuori da lì. Chi non le aveva è rimasto con niente.
Nel Golfo stanno arrivando soldi enormi per i data center dell’intelligenza artificiale. Capannoni pieni di schede grafiche. In mezzo a una guerra. La settimana scorsa gli Emirati hanno fatto sapere che stanno rivedendo i piani. Dopo sei mesi di attacchi.
Anche da noi, in quale capannone finiscono i nostri dati lo decide il fornitore. La regione la scegliamo da un menu a tendina. Con accanto il prezzo. Il prezzo lo guardiamo tutti, dove cadono i droni molto meno.
Quella copia su un altro continente costa. In bilancio sembra soldi buttati. Oggi quella copia è l’unica cosa rimasta in piedi.”
 

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