Il sadismo dell’audience televisivo

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In un post su Facebook Beppe Grillo ha scritto: 

Ho visto la prima pagina di Paris Match, incorniciata di nero, su cui campeggiano queste parole: «Crans-Montana, i destini spezzati della notte di San Silvestro». Quattro volti di giovani, giovanissimi, morti in un bar svizzero durante il veglione. Quattro vite fissate per sempre, offerte allo sguardo di tutti. Eccoci allora simili a quei curiosi che si arrangiano per osservare le vittime di un incidente stradale.

Certo, quella copertina si riveste degli abiti della pietà e della compassione. E la compassione, da Jean-Jacques Rousseau in poi, è considerata il cuore stesso dell’umanità, il fondamento dell’umanesimo. Ma, in fondo, di che cosa stiamo parlando qui? È davvero compassione gettare in pasto al pubblico i volti dei morti, identificabili, riconoscibili, quando hanno una famiglia, degli amici, un’intimità che non ci appartiene? I loro cari desiderano davvero vedere il proprio dolore esposto all’intera umanità, trasformato in oggetto di consumo mediatico?

Non potremmo, semplicemente, lasciare che i morti riposino — e con loro, coloro che restano? Perché questa copertina, sotto il velo della sollecitudine, mette in atto tutt’altro meccanismo. Un meccanismo antico, analizzato da Sigmund Freud, che il tedesco chiama Schadenfreude: quella gioia maligna che nasce dalla sventura altrui, quella consolazione oscura che sussurra: c’è di peggio di noi.

Siamo all’inizio dell’anno, fa freddo, i tempi sono duri, e a volte la fine del mese comincia già all’inizio del mese. E all’improvviso, quei volti ci ricordano che la nostra situazione, per quanto penosa, potrebbe essere infinitamente più tragica: potremmo essere la famiglia di uno di quei giovani, potremmo aver lasciato un figlio, una sorella, un amico in quella discoteca. La sventura degli altri diventa allora un balsamo avvelenato per le nostre stesse angosce.
Nulla è più volgare di questo meccanismo. Nulla è più indecente di questa strumentalizzazione della morte in nome di una falsa empatia. Quella copertina aggiunge dramma al dramma: c’è il dramma originario, terribile, quello della notte del 31; e poi ce n’è un altro, più silenzioso ma altrettanto violento: negare ai morti e ai loro cari il diritto al riposo.
 

Se ci pensate bene l’osservazione di Grillo appare più che sensata.
La morte (tragedie, incidenti, femminicidi, omicidi, stragi ecc. ecc.) sui media ormai assurge a protagonista assoluta, e purtroppo fa audience perché gran parte degli utenti, televisivi soprattutto, finisce col restare quasi “ipnotizzata” dai dettagli sciorinati con perversa crudeltà dal peggiore giornalismo che la storia ricordi. Perché gli indici di ascolto e lo share devono contare più di ogni altra cosa nei tg, e quindi, soprattutto nell’orrendo tg1 della rai, diventato ormai un demoralizzante bollettino di guerra con il tristissimo elenco dei MORTI DEL GIORNO, dobbiamo assistere passivamente (a meno che non abbiamo il “coraggio” di cambiare canale) alle “performance” drammaturgiche di Stefania Battistini o di Elena De Vincenzo (ma sono solo due esempi dei tanti protagonisti di questi servizi d’informazione immorale) che, pur non aggiungendo nulla alle tragedie che descrivono con superflua e deplorevole teatralità, cercano di attrarre l’attenzione del pubblico enfatizzando al massimo le notizie e segnalandone i più cruenti e osceni dettagli, senza curarsi minimamente della privacy delle vittime e dei poveri parenti distrutti dal dolore.

Non c’è alcun rispetto né per chi è morto né per chi è rimasto vivo a macerarsi per la sofferenza. Anzi, si cerca l’intervista a tutti i costi e si manda in onda perfino il rabbioso rifiuto di concederla, fra inquadrature “artistiche” e primi piani divistici dei/delle reporter impegnati/e a snocciolare dettagli raccapriccianti per il sadismo di un certo “pubblico” che, nonostante la propria turpitudine, purtroppo fa numeri e audience.

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